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lunedì 9 maggio 2011

Adozioni Internazionali: visita in Italia di una delegazione della Repubblica Democratica del Congo

Nei giorni 28 e 29 aprile 2011 si è svolta la missione in Italia della delegazione della Repubblica Democratica del Congo, guidata dalla signora Véronique Chikwaka Betukumesu, Consigliere e delegata del Ministro del Genere, della Famiglia e del  Bambino. Della delegazione facevano parte alti funzionali del medesimo Ministero, nonché dei Ministri degli Affari Esteri e dell’Interno.
La delegazione è stata ricevuta dal Sen. Giovanardi, Presidente della Commissione per le adozioni internazionali, che ha espresso l’auspicio di una costruttiva cooperazione tra i due Paesi nella tutela dei diritti dell’infanzia. Come sempre, all’incontro sono stati presenti anche i rappresentanti degli enti italiani autorizzati ad operare nella Repubblica Democratica del Congo nel campo delle adozioni internazionali.
Nel corso dei lavori le due delegazioni italiana e congolese si sono scambiate approfondite informazioni sui rispettivi sistemi normativi. In particolare, la delegazione congolese ha illustrato il programma di lavoro del Ministro del Genere, della Famiglia e del Bambino, che intende arrivare quanto prima alla ratifica della Convenzione de L’Aja del 1993.
Le due parti si sono confrontate sui criteri attualmente applicati dalle autorità congolesi che intervengono a vario titolo nell’iter adottivo, soprattutto al fine di individuare e reprimere eventuali abusi o falsi. Le delegazioni hanno altresì preso in considerazione l’opportunità di stipulare un Protocollo bilaterale, volto alla disciplina delle procedure adottive avviate dalle coppie italiane.
Nel corso della missione, la delegazione ospite ha altresì incontrato le famiglie italiane che hanno adottato minori congolesi.
(Fonte Cai)

venerdì 8 aprile 2011

Congo, la guerra che non fa notizia

21 mila persone morte, e oltre un milione e mezzo di vaccini distribuiti. Questi i numeri dell’epidemia di morbillo, e del tentativo di contrastarla, che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo secondo quanto affermato da Medici Senza Frontiere. “Sono i numeri che caratterizzano questa catastrofe umanitaria –afferma Gael Hankenne capomissione di MSF nel Paese-. Numeri che rischiano di aggravarsi se la comunità internazionale non si decide a intervenire al più presto arginando l’epidemia, evitando che questa possa diffondersi anche nelle regioni settentrionali del più grande stato dell’Africa Equatoriale”.
Un appello rivolto alle tante ong presenti nel paese, e che chiede anche un contributo emergenziale da parte di Unicef e Organizzazione Mondiale della Sanità. Una tragedia nella tragedia quella che si sta consumando nell’ex colonia belga: una terra insanguinata da una guerra che ha fatto più di quattro milioni di morti, e che ha visto coinvolti, a più riprese, sette paesi africani con diversi interessi economici, tra i quali quelli legati gli importanti giacimenti di rame, cobalto e soprattutto diamanti. Ma il conflitto, che si è meritato addirittura l’appellativo di “Guerra Mondiale Africana”, sembra che abbia mutato le sue motivazioni, assumendo sempre più le caratteristica di uno scontro etnico, con eserciti regolari e indipendentisti che si contrappongono, e che non ci pensano due volte a ordinare veri e propri genocidi. Una terra martoriata da decine di anni di guerra, un conflitto caratterizzato dallo stesso lite motive: la vera vittima è sempre la popolazione civile.
Sono centinaia di migliaia i profughi in fuga verso l’ovest del paese e la capitale Kinshasa, persone disperate che soffrono la fame. Ed ecco che qui si insidia il morbillo: sono soprattutto i bambini malnutriti ad essere colpiti, bersagli facili per una malattia che in Occidente è ormai considerata innocua, ma che in un paese come il Congo è ancora fatale. Un’azione congiunta che forse potrebbe scongiurare uno sterminio di vittime innocenti in un paese, la Repubblica Democratica del Congo, che annovera un pil pro-capite tra i più bassi al mondo (125 $ nel 2006), e che si posiziona solo al 167° posto per quanto riguarda l’Indice di Sviluppo Umano. E un altro dato poco confortante è quello che riguarda l’età della popolazione: con una speranza di vita media di 43 anni, su quasi 60 milioni di abitanti la metà ha meno di 15 anni, motivo per cui il morbillo si diffonde velocemente ed è più letale. Una denuncia, quella di Medici Senza Frontiere, che va comunque ad aggiungersi a quella dell’Unicef, che dall’inizio del conflitto congolese aveva annunciato il dilagare di epidemie di morbillo e colera nei campi profughi; una situazione al limite, se si considera che l’unico aiuto medico che le migliaia di sfollati ricevono è quello delle organizzazioni internazionali.
Insomma un altro conflitto dimenticato che va ad aggiungersi agli ormai tristemente famosi Ruanda e Darfur, e che le ong e il personale presente sul territorio non possono limitare se non aiutati dai paesi più sviluppati. E intanto a morire senza far notizia sono ancora gli innocenti, bambini che non hanno niente da mangiare e che soccombono a una malattia praticamente debellata da noi “evoluti”. Una delle tante tragedie africane che, come sta accadendo in questi giorni per la Costa d’Avorio, ogni tanto fa notizia: un caso, quello dell’ex colonia francese, balzato alle cronache perché vede il coinvolgimento diretto dei caschi blu e dell’esercito di Sarkozy, impegnati a difendere la stabilità in un paese dirimpettaio ai giacimenti petroliferi e di gas naturale presenti nell’intera area del Golfo di Guinea.

martedì 16 novembre 2010

Emergenza umanitaria tra Angola e Congo Centinaia picchiati e violentati dalla polizia

Dramma umanitario nella foresta africana al confine tra Angola e Repubblica democratica del Congo. Oltre trecento persone, picchiate e violentate, sono state abbandonate nude e senza nulla da mangiare tra gli alberi. Le hanno salvate appena in tempo, ma una donna di 27 anni è morta all'ospedale in seguito ai maltrattamenti. E non si tratta, questa volta, di scontri tribali o di gruppi di ribelli disperati che colpiscono chiunque. In questo caso (e non solo in questo perché episodi del genere si stanno ripetendo sempre più spesso), la responsabilità va attribuita direttamente alla polizia di frontiera e a quella penitenziaria angolane che compiono questi misfatti in nome e per conto di un governo legittimo nell'ambito di scontri politici ed economici tra i due paesi di cui la gente qualsiasi subisce incolpevole le conseguenze.
La denuncia arriva da Francesco Mazzarelli, rappresentante in Congo del Cisp-Sviluppo dei popoli, una ong italiana presente lung tutta la frontiera tra i due paesi: "Carcere, torture, violenze sessuali e ruberie: sono gli abusi che hanno subito i 322 congolesi espulsi il 23 ottobre scorso dall'Angola nella città di Tembo, vicino il confine tra i due Paesi. Le persone violentate sono state 116, di cui 99 donne e 17 uomini. Sono stati abbandonati in mezzo alla foresta, vicino al confine, nudi e senza niente. E questo solo uno degli episodi di quella che ormai è una vera e propria emergenza umanitaria".
"Si tratta di persone  -  racconta Mazzarelli  -  che cercano di attraversare la frontiera per lavorare nelle miniere di diamanti dell'Angola, ma che vengono intercettate dalle autorità angolane, derubate e tenute in carcere anche fino a 6 mesi. Gli uomini vengono torturati mentre le donne sono violentate. A compiere questi abusi è la polizia frontaliera, penitenziaria e le vittime sono anche persone del Congo Brazzaville e dell'Africa dell'ovest". Il Cisp-Sviluppo dei popoli ha risposto all'emergenza di queste persone, prendendosi carico di 110 di loro, quelli che stavano peggio, dando loro cibo, vestiti e pagandogli le cure in ospedale.
Ma quello di ottobre è solo uno dei tanti episodi di abusi che vedono vittima la popolazione civile nei contrasti tra i due Paesi. Da gennaio al 31 ottobre 2010 sono state espulse dall'Angola 17mila persone verso i territori congolesi di Luiza, e circa 20mila a Tshikapa nella provincia del Kasai. Solo nel mese di ottobre sono arrivate 6621 persone nei due territori, vittime di violenze. Ma il problema riguarda tutto il confine, anche la provincia di Bandundu, dove sono state espulse tra gennaio e giugno 4261 persone e 600 nell'ultimo mese. "Angola e RDC sono stati alleati nella guerra tra il 1998 e 2003, ma le loro relazioni sono peggiorate negli ultimi anni per questioni di confine e sfruttamento del petrolio. Il Congo  -  conclude Mazzarelli  -  a sua volta risponde con altre espulsioni o negando tutto, come in questo caso. Il dato di fatto è che a farne le spese è la gente inerme".
(Fonte La Repubblica)

venerdì 22 ottobre 2010

Repubblica Democratica del Congo: rapporto Onu

Amnesty International ha dichiarato oggi che la pubblicazione di un rapporto dell'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite che documenta gravi violazioni dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è un primo passo avanti significativo ma che occorrono azioni concrete per assicurare alla giustizia i responsabili.
"Il ciclo di violenza e di abusi terminerà solo se i responsabili di crimini di diritto internazionale saranno chiamati a risponderne" - ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International. "La pubblicazione di questo rapporto dovrebbe essere solo il primo passo in questa direzione, e non l'ultimo".
Il rapporto delle Nazioni Unite rappresenta la più completa indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse nella Rdc dal marzo 1993 al giugno 2003.
"Spetta ora al governo congolese, col sostegno dei governi regionali e dei paesi donatori, garantire che le conclusioni del rapporto si tradurranno in azioni concrete. Questo significa indagini e procedimenti giudiziari per chi ha commesso quei crimini orribili e anche riparazione in favore delle vittime" - ha aggiunto Shetty.
Amnesty International ha sollecitato il governo di Kinshasa e le Nazioni Unite a istituire urgentemente una task force per sviluppare un piano d'azione complessivo e a lungo termine per porre fine all'impunità per i crimini commessi nel decennio cui fa riferimento il rapporto delle Nazioni Unite così come per quelli che si verificano ancora oggi su base quotidiana.
Il rapporto delle Nazioni Unite evidenzia anche l'incapacità del sistema giudiziario della Rdc di processare i responsabili di crimini di guerra, nonostante alcuni tentativi di riformarlo da parte del governo e della comunità internazionale.
A fronte di decine di migliaia di responsabili di crimini indicibili, il rapporto delle Nazioni Unite afferma che dal 1993 sono stati celebrati solo 12 processi (di fronte alle corti marziali e non ai tribunali civili) e solo due di questi hanno riguardato crimini commessi dal 1993 al giugno 2003.
Inoltre, solo quattro persone sono state citate nei mandati di cattura emessi dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nella Rdc. Tra queste, il generale Bosco Ntaganda, che il governo congolese non solo ha rifiutato di catturare ma anche promosso di grado all'interno delle sue forze armate.
Amnesty International sollecita il governo congolese e la comunità internazionale a destinare maggiori risorse per istituire un sistema di giustizia indipendente ed efficace.
"A meno che i responsabili non siano chiamati a rispondere sul piano penale del loro operato e non emerga la verità sulle violazioni dei diritti umani, la pace e la stabilità nella regione dei Grandi Laghi non saranno raggiunte" - ha messo in guardia Shetty.
"Le recenti notizie di stupri di massa nella regione orientale di Walikale mostrano in tutta evidenza come la popolazione civile sia ancora a rischio e come la mancanza di indagini e procedimenti giudiziari si traduca nel segnale che i responsabili possono ancora agire nella completa impunità" - ha commentato Shetty.
Amnesty International chiede al governo della Rdc e alle Nazioni Unite di prestare una più coerente e sostanziale attenzione alla professionalizzazione dell'esercito nazionale, che comprenda anche un'efficace procedura di verifica, azione che il rapporto delle Nazioni Unite considera essenziale ai fini di qualsiasi credibile iniziativa nel campo della giustizia nel paese.