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lunedì 29 novembre 2010

Si apre a Cancun il summit sulle sorti del clima nel mondo

La COP16, cioe' la 16esima Conferenza della Parti che si tiene da oggi al 10 dicembre prossimo a Cancun, e' promossa sotto l'egida dell'United Nations Framework Convention on climate change (UNFCCC) e vi parteciperanno oltre 45mila delegati di piu' di 190 Paesi del mondo. Diversamente dall'edizione precedente che si e' tenuta nel 2009 a Copenhagen, probabilmente non vi parteciperanno volti noti come quelli del presidente USA Barack Obama, ma il livello sara' operativo e vedra' al lavoro ministri all'Ambiente, agli Affari esteri e diplomatici.
I NUMERI SUL CLIMA: I dati sul clima alla base lavori sono quelli fissati dall'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, secondo cui per tenere le temperature atmosferiche al di sotto di un incremento di 2 gradi su base annua i Paesi ad economia avanzata dovranno tagliare entro il 2020 le loro emissioni tra il 25 e il 40% al di sotto dei livelli del 1990. Nel 20esimo secolo le temperature sono cresciute dello 0,7%, ma studi recentissimi denunciano che il 2010 segnera' un aumento record delle temperature grazie alla ripresa economica e la Nasa ha indicato che lo scorso anno e' stato il piu' caldo dal 1880.
I POSSIBILI ESITI DEL VERTICE: Il meeting di Cancun dovrebbe portare a degli avanzamenti rispetto al debole Accordo di Copenhagen, in direzione di un nuovo accordo globale di taglio delle emissioni e di intervento sui cambiamenti climatici. Misure, queste ultime, non contenute nel precedente Accordo di Kyoto che scadra' nel 2010. Su questa strada, tuttavia, troviamo molti ostacoli. La capo-negoziatrice dell'UNFCCC, la segretaria esecutiva Christiana Figueres, ha anticipato che il migliore risultato atteso per Cancun e' quello di costruire la cornice negoziale per un nuovo Accordo multilaterale sul clima da discutere ai vertici di Johannesburg del 2011 e di Rio del 2012, e non certo di arrivare ad un nuovo accordo vincolante. Temi sui quali si dovrebbero registrare passi avanti a Cancun sono quelli degli Aiuti internazionali per le misure di contrasto e di adattamento ai cambiamenti climatici, alla deforestazione e di fissazione degli obiettivi ottimali di taglio delle emissioni per ciascun Paese membro delle Nazioni Unite. In predicato anche il diritto dei popoli indigeni di determinare le politiche migliori per i propri territori.
I BLOCCHI CONTRAPPOSTI: Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo si fronteggiano ormai da molti mesi rispetto a chi dovra' sostenere il peso maggiore legato al taglio delle emissioni. Stati Uniti - i principali inquinatori ''storici'' - e Cina ''il principale inquinatore attuale'' - guidano i due blocchi contrapposti cercando di strappare gli uni gli altri i maggiori tagli di emissioni e i maggiori stanziamenti in denaro nell'ambito dei negoziati. Gli Stati Uniti rimproverano alla Cina di non impegnarsi ad un taglio vincolante e di volersi sottrarre a meccanismi stringenti di monitoraggio, la Cina accusa Usa e Paesi ricchi di non fare abbastanza per ridurre la propria impronta ecologica. Un terreno scivoloso sul quale rischia di implodere anche questa COP come le precedenti.
FINANZIAMENTI: Le Nazioni Unite puntano in questo vertice anche a fare dei passi avanti rispetto al livello di finanziamenti previsti, per raggiungere almeno una somma di 30 miliardi di dollari, gia' promessa a Copenhagen, per affrontare in 'fast track', cioe' in modalita' accelerata gli impegni dei Paesi piu' poveri rispetto alle politiche di adattamento.
L'obiettivo e' di raggiungere 100 miliardi di dollari di impegni entro il 2020. Ma tra impegnarsi ed erogare c'e' una certa differenza, tanto che al momento non si e' arrivati ad avere davvero in cassa nemmeno i primi 30.
Dopo Cancun le Parti si riuniranno ancora sotto l'egida dell'UNFCCC in Sudafrica, nel dicembre 2011, e a Rio de Janeiro, dove si terra' il ventesimo anniversario dell'Earth Summit in cui fu creata la Convenzione delle Nazioni Unite sul Clima.
(Fonte Asca)

sabato 20 novembre 2010

20 Novembre: Anniversario dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

Il 20 Novembre è la giornata internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. 21 anni fa, nel 1989, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha promulgato la Convenzione dei diritti, che è diventato il Trattato più ratificato nella Storia dell’umanità. L’Italia l’ha ratificato 19 anni fa, con la Legge 176/91. Da quel momento i diritti dei bambini e dei ragazzi sono Legge, obbligo dello Stato.
La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza rappresenta una delle maggiori conquiste che rendono attuale e operativa la Dichiarazione dei Diritti Umani. Con essa i bambini, solo perché esistono, sono titolari di Diritti a loro ascritti, che nessuno può dare o togliere. Li hanno e basta, in quanto Esseri Umani. E, come “ogni uomo nasce libero e uguale” (art. 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), ogni bambino e bambina nasce con un bagaglio di Diritti “minimi”, uguali per tutti e in tutto il mondo.
Non è possibile distinguere tra bambini di diversa nazionalità, cultura, provenienza culturale, religione della propria famiglia; tutti gli adulti devono agire – nell’ambito delle proprie competenze – in modo da far sì che i Diritti dei bambini, i quali non votando non hanno rappresentazione politica diretta né la possono avere, siano rispettati. Tutti gli adulti devono agire per proteggere i bambini e i ragazzi e ogni scelta, senza alcuna esclusione, deve essere presa pensando al loro superiore interesse. Tutti i bambini e i ragazzi, inoltre, devono poter avere voce in capitolo nelle scelte che li riguardano: in famiglia, a scuola, nelle città. Con la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza i bambini e i ragazzi sono protagonisti dei loro diritti e devono essere nel contempo tutelati, accompagnati e protetti dagli adulti. Un compito non facile per gli adulti, ma niente di più e niente di meno che essere educatori, come adulti educanti e come comunità educanti.
Il compito di promuovere e tutelare i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza cade in primo luogo sugli adulti, sulle Istituzioni e sulla Società Civile.
Il Terzo Settore esprime da sempre un grande impegno per attuare i diritti dei bambini e dei ragazzi, ogni giorno e nella quotidianità delle nostre città: sia con la promozione della socialità, sia con i servizi di base e sociali, sia con la promozione dei diritti, sia con il sostegno diretto e indiretto a loro e alle loro famiglie. Associazionismo, Volontariato e Cooperazione Sociale rappresentano l’anima operativa, attiva, sempre in campo della Società Civile in cui centinaia di migliaia di uomini e donne lavorano per e con i bambini e i ragazzi.
Il Forum del Terzo Settore è impegnato, insieme alle organizzazioni delle nostre comunità, per promuovere i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza: nel sistema dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza nelle città, seguendo con attenzione l’attuazione delle Leggi regionali per bambini, ragazzi e famiglie, sostenendo un’adeguata ed equilibrata ripartizione delle risorse nel sistema di welfare, sostenendo la cooperazione internazionale, l’integrazione, l’accoglienza e contrastando ogni giorno l’esclusione sociale, la povertà materiale e culturale e ogni condizione di sfavore che renda impossibile l’esercizio di quei Diritti sanciti per legge ma ancora lontani dall’essere realtà di ogni giorno, come invece dovrebbe essere per i più piccoli e giovani cittadini.
Per questo il Forum del Terzo Settore segue con attenzione e preoccupazione l’evolvere della situazione italiana, in cui ogni giorno si rinnova l’evidenza di una vera e propria emergenza educativa a cui le politiche e le prassi nazionali e locali dovrebbero far fronte; invece si assiste alla progressiva erosione delle risorse per il settore sociale, educativo, culturale con scelte che rischiano di essere miopi se non considerano i bambini e i ragazzi e il loro benessere, il loro sviluppo come un investimento non solo per il futuro ma anche per il presente del nostro Paese.
(Fonte Confini Online)

sabato 13 novembre 2010

Un bicchiere d'acqua per salvarli

Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, al termine del summit mondiale sui Millennium Development  Goals (New York 20-22 settembre 2010), ha dichiarato che verranno stanziati 40 miliardi di dollari per la salvaguardia dell’infanzia e della maternità. In questo modo saranno salvate 16 milioni di vite.
È il tentativo immediato della comunità mondiale di drenare la sensazione di parziale sconforto, all’indomani della pubblicazione dei risultati. Degli obiettivi prefissati per il 2015, infatti, pochi viaggiano a livelli accettabili mentre la maggior parte migliorano a un tasso troppo flebile per raggiungere il traguardo. A leggere il rapporto dell’ONU che fotografa gli otto anni (lo studio arriva fino al 2008) trascorsi dalla solenne promessa di 192 stati membri dell’ONU di partecipare attivamente allo sradicamento della povertà del mondo, si rimane spaesati. Da una parte si comprende che siamo in drammatico ritardo. Dall’altra si ha la netta percezione che basterebbe poco per acquisire velocità.
Tra gli obiettivi che arrancano maggiormente  ve ne sono due che rappresentano più di ogni altro il futuro: la riduzione della mortalità dei bambini sotto i cinque anni e quella delle mamme. L’iniziativa del Segretario dell’ONU, quindi, è una boccata d’ossigeno.  Ne trarranno vantaggio, prime fra tutte, la madri della Sierra Leone dove il tasso di mortalità peripartum è il più alto al mondo (2,1 donne ogni 100 bambini nati), ma anche quelle dell’Afghanistan (1,8), di Ciad e Guinea Bissau (1,5) e Liberia (1,2). È la solita, vecchia storia del primo mondo  che nasce sano, cresce meglio, vive, lavora, mangia, muore nel modo più giusto. E del terzo, che già dal ventre materno comincia la sua infinita corsa a ostacoli con traguardi che sembrano dilatarsi sempre di più.
La realtà, talvolta, è semplice. “Sì, come un bicchier d’acqua", spiega la dottoressa Annalisa Rosso, medico esperto in salute pubblica, con un passato di cooperante in paesi in via di sviluppo, al momento in forza all’INMP (Istituto Nazionale per la Promozione della Salute delle Popolazioni Migranti ed il Contrasto delle Malattie della Povertà), "anzi un litro, 8 cucchiaini di zucchero, 1 di sale e il succo di un limone. Basterebbero questi ingredienti per contrastare la disidratazione  provocata da infezioni intestinali che ogni anno uccide milioni di persone. In ogni caso, semplici rimedi preventivi quali lavarsi le mani prima di mangiare, bere acqua filtrata - anche con un panno pulito - o prima bollita laddove non esista acqua corrente potabile, sarebbero sufficienti per praticamente azzerare la seconda causa di mortalità infantile nel mondo”.
La diarrea. La micidiale roncola che ogni anno passa per l’Africa o l’Asia falcidiando le  vite di oltre 1,5 milione di bambini al di sotto dei 5 anni e che rallenta spaventosamente l’azione che dovrebbe realizzare l'obiettivo di due terzi in meno di mortalità infantile entro il 2015. Peggio di essa, solo le malattie polmonari che mietono ogni anno 1,8 milioni di vittime minori di 5 anni. “Di diarrea, per quanto possa sembrare strano, nessuno parla", denuncia il professor Aldo Morrone, irettore dell’INMP: "Esistono, giustamente, giornate mondiali per l’AIDS, per la malaria, per tante patologie ma nessuno ha mai pensato di istituire giornate di studio sulla diarrea né di lanciare simposi o seminari a riguardo. Il Global Fund si rivolge a tubercolosi, malaria e AIDS e stanzia enormi quantità di fondi per affrontare queste patologie. E per la diarrea? Nulla, non ci sono fondi specifici né programmi”.
Le chiavi interpretative di una simile vacanza possono essere molteplici. AIDS e tubercolosi, ad esempio, riguardano anche l’Occidente: qui queste patologie si sono diffuse o sono ancora presenti e sempre qui si producono le medicine per curarle. La profilassi e la terapia, inoltre, richiedono moltissimi fondi visto che i farmaci costano tanto. E dove girano soldi, si crea interesse. “La diarrea, invece", riprende Morrone, "si previene  e si cura con metodi semplicissimi e per assurdo ciò non suscita che attenzioni locali.  È prevalentemente un questione di grossi interessi. Per risolvere la diarrea, sostanzialmente, non ci vogliono farmaci e se non servono farmaci, non sono necessarie neanche le case  farmaceutiche con i loro ingenti investimenti, i congressi, le giornate internazionali e ciò che ne consegue. Di recente uno studio dell’Istituto Svizzero di scienze acquatiche ha dimostrato che l’acqua può essere disinfettata dall’energia solare, che in Africa e Asia non manca di certo. Pensa che qualcuno abbia interesse a investire su otri d’acqua da mettere al sole?”.
Nasce così, da una semplice costatazione, l’idea del professor Morrone di promuovere una giornata di riflessione sulla diarrea infettiva. “L’iniziativa sarà lanciata nel corso del Congresso Internazionale Dermatological Care for All: Awareness and ResponsAbility che il mio istituto organizza ormai da 4 anni”. La Conferenza si è appena svolta ad Addis Abeba e Makallè (Tigrai). L’obiettivo è ambizioso quanto affascinante. “Noi vogliamo porre al centro del dibattito non le patologie ma l’uomo, nella fattispecie l’uomo che vive in estrema povertà e sottosviluppo e non ha accesso a cura. Piuttosto che di malattie neglette, mi piace parlare di malattie di persone neglette. Per questo abbiamo scelto di spostarci in Etiopia e di portare colleghi, autorità, giornalisti, uomini e donne di cultura in Africa”.
(Fonte Famiglia Cristiana)

giovedì 4 novembre 2010

Rapporto Onu sullo sviluppo umano

Ricchezza può non voler dire sviluppo umano: se per crescita s'intende più salute, più istruzione, un benessere misurato non guardando solo ai soldi, alla produzione di beni e al loro consumo, allora si scopre che la popolazione di uno Stato può svilupparsi anche senza crescita economica. Lo dice il Rapporto 2010 del Programma della Nazioni unite per lo sviluppo, presentato oggi, che già nel titolo indica intenti e risultati della ricerca: "La vera ricchezza delle nazioni: le vie dello sviluppo umano". Analizzate questa volta basandosi, oltre che sul classico indice di sviluppo che include aspettative di vita, accesso alla conoscenza e standard di vita dignitoso, anche in base a tre nuovi indici, misurati in 104 Paesi: disuguaglianza - che misura reddito, accesso alla salute, accesso all'istruzione - disuguaglianza di genere - che misura disparità nella salute riproduttiva, nell'accesso all'istruzione e nella presenza sul mercato del lavoro - e l'indice multimediale della povertà - che usa ben dieci parametri per stimare quanto gravi siano le privazioni di salute, benessere, conoscenza.
Lo spiega bene, nel presentare il rapporto, Antonio Vigilante, direttore del Programma Onu per lo Sviluppo a Bruxelles, con l'esempio di tre Stati "non tipicamente descritti come casi di successo", Etiopia, Cambogia e Benin, che pure sono arrivati quasi in cima alla classifica di chi ha compiuto i maggiori progressi negli ultimi quarant'anni, che stimati globalmente sono, per tutti i 169 Paesi esaminati insieme, del 41%. Il primo al mondo è l'Oman, che ha quadruplicato aspettative di vita, regitrazioni scolastiche e alfabetizzazione. Seguono la Cina, che se si prendesse in esame solo il reddito sarebbe prima, Nepal, Indonesia, Arabia Saudita, Laos, Tunisia, Corea del Sud, Algeria, Marocco. E anche fra questi primi dieci ci sono nazioni estranee al miracolo economico come il Nepal o la Tunisia. Seguono appunto l'Etiopia, undicesima, la Cambogia al quindicesimo posto e il Benin al diciottesimo. Ma sono poi i Paesi dove esistono sia ricchezza che sviluppo umano a guidare la classifica generale, perché si tratta dei casi virtuosi nei quali la ricchezza ha saputo tradursi in vero progresso per l'intera popolazione. Al primo posto c'è la Norvegia, seguita da Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Irlanda, Liechtenstein, Paesi Bassi, Canada, Svezia, Germania. L'ultimo è lo Zimbabwe. A risalire, lo precedono la Repubblica democratica del Congo, il Niger, poi Burundi, Mozambico, Guinea-Bissau, Ciad, Liberia, Burkina Faso, Mali.
"Le notizie positive - spiega Vigilante - in realtà sono molte. La registrazione scolastica è salita dal 55 al 70%, l'alfabetizzazione dal 23 al 65%, l'aspettativa di vita è cresciuta di undici anni, in certi Paesi come l'Oman, appunto, è aumentata di 27 anni. Purtroppo ci sono nazioni come Russia e Ucraina dove invece è calata di due anni, o la Bielorussia che ha perso un anno. Il crollo delle istituzioni, della sanità, in quei Paesi, ha prodotto questo risultato. Sono fra i Paesi "lenti", come tutta l'Europa orientale. I maggiori progressi in tutti i campi sono comunque in Asia e Paesi Arabi".
Il nostro Paese è cresciuto del 22%, arrivando a un valore complessivo di 0.854, che però resta sotto lo 0.879 che rappresenta quello medio dei Paesi Ocse. E nella classifica generale è il numero 23, superato da Spagna, Grecia, Corea. Quanto al miglioramento nello sviluppo, siamo quarantaduesimi. Nel reddito, a parità di potere d'acquisto, siamo scesi del 12%. Risaliamo, con un nono posto, nell'indice di disuguaglianza di genere: le italiane hanno un'istruzione medio-alta al 77% (gli uomini all'84%) e più di una su due lavora: il 52%, mentre sono tre su quattro (75%) gli uomini che lavorano.
L'indice corretto secondo i criteri di valutazione della disuguaglianza provoca un calo medio del 22% dell'Indice di sviluppo umano - e l'80% delle 104 nazioni esaminate registra un calo superiore al 10% mentre sei Paesi ogni dieci (il 40%) hanno una perdita di oltre il 25%. A perdere meno punti (solo un 6%) è la Repubblica Ceca. Il peggiore, con un 45% di flessione, è il Mozambico. Brutte cifre anche per Namibia (-44%), Repubblica centroafricana (-42%) e Haiti (-41%). L'area con la situazione peggiore è l'Africa sub-sahariana.
L'indice della disuguaglianza di genere invece fa perdere, nei parametri dello sviluppo umano, un 17% ai Paesi Bassi, che pure sono i migliori, seguiti da Danimarca, Svezia e Svizzera. Lo Yemen perde l'80%. Gli ultimi in classifica, che perdono fino all'85%, sono di nuovo Repubblica centroafricana e Haiti, insieme al Mozambico. Nel gruppo dei Paesi ad alto indice di sviluppo il Qatar è il più lontano dall'uguaglianza, mentre il Burundi è il più vicino all'uguaglianza fra i Paesi a basso indice di sviluppo e la Cina lo è fra i Paesi a medio indice di sviluppo.
L'indice multidimensionale della povertà, infine, rivela che ci sono 1,7 miliardi di persone nei 104 Paesi analizzati che vivono in povertà multidimensionale. E sono molti di più dell'1,3 miliardi di persone che in quei Paesi vivono con 1,25 dollari al giorno. L'area con incidenza maggiore è, di nuovo, l'Africa subsahariana, sebbene metà della popolazione mondiale colpita da povertà viva in Asia meridionale (844 milioni di persone) mentre solo un quarto vive in Africa (458 milioni di persone).
"Questo rapporto ci conferma come la povertà sia assenza di potere decisionale di persone, comunità e popoli - interveniva alla presentazione Francesco Petrelli, presidente dell'Associazione Ong Italiane - e conferma che la diseguaglianza va analizzata sia nei fattori materiali che in quelli immateriali. Cioè la democrazia, il ruolo della società civile, la possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione. La misura del benessere non sono solo i soldi, infatti. E come il rapporto ci permette di capire, serve sempre più un'economia dello sviluppo globale, non solo di produzione di beni e di consumo. Anche il problema di una redistribuzione del reddito resta: serve comunque a favorire una maggiore equità e di conseguenza ad aiutare uno sviluppo uguale per tutti".
(Fonte La Repubblica)

venerdì 22 ottobre 2010

Repubblica Democratica del Congo: rapporto Onu

Amnesty International ha dichiarato oggi che la pubblicazione di un rapporto dell'Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite che documenta gravi violazioni dei diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è un primo passo avanti significativo ma che occorrono azioni concrete per assicurare alla giustizia i responsabili.
"Il ciclo di violenza e di abusi terminerà solo se i responsabili di crimini di diritto internazionale saranno chiamati a risponderne" - ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International. "La pubblicazione di questo rapporto dovrebbe essere solo il primo passo in questa direzione, e non l'ultimo".
Il rapporto delle Nazioni Unite rappresenta la più completa indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse nella Rdc dal marzo 1993 al giugno 2003.
"Spetta ora al governo congolese, col sostegno dei governi regionali e dei paesi donatori, garantire che le conclusioni del rapporto si tradurranno in azioni concrete. Questo significa indagini e procedimenti giudiziari per chi ha commesso quei crimini orribili e anche riparazione in favore delle vittime" - ha aggiunto Shetty.
Amnesty International ha sollecitato il governo di Kinshasa e le Nazioni Unite a istituire urgentemente una task force per sviluppare un piano d'azione complessivo e a lungo termine per porre fine all'impunità per i crimini commessi nel decennio cui fa riferimento il rapporto delle Nazioni Unite così come per quelli che si verificano ancora oggi su base quotidiana.
Il rapporto delle Nazioni Unite evidenzia anche l'incapacità del sistema giudiziario della Rdc di processare i responsabili di crimini di guerra, nonostante alcuni tentativi di riformarlo da parte del governo e della comunità internazionale.
A fronte di decine di migliaia di responsabili di crimini indicibili, il rapporto delle Nazioni Unite afferma che dal 1993 sono stati celebrati solo 12 processi (di fronte alle corti marziali e non ai tribunali civili) e solo due di questi hanno riguardato crimini commessi dal 1993 al giugno 2003.
Inoltre, solo quattro persone sono state citate nei mandati di cattura emessi dalla Corte penale internazionale per i crimini commessi nella Rdc. Tra queste, il generale Bosco Ntaganda, che il governo congolese non solo ha rifiutato di catturare ma anche promosso di grado all'interno delle sue forze armate.
Amnesty International sollecita il governo congolese e la comunità internazionale a destinare maggiori risorse per istituire un sistema di giustizia indipendente ed efficace.
"A meno che i responsabili non siano chiamati a rispondere sul piano penale del loro operato e non emerga la verità sulle violazioni dei diritti umani, la pace e la stabilità nella regione dei Grandi Laghi non saranno raggiunte" - ha messo in guardia Shetty.
"Le recenti notizie di stupri di massa nella regione orientale di Walikale mostrano in tutta evidenza come la popolazione civile sia ancora a rischio e come la mancanza di indagini e procedimenti giudiziari si traduca nel segnale che i responsabili possono ancora agire nella completa impunità" - ha commentato Shetty.
Amnesty International chiede al governo della Rdc e alle Nazioni Unite di prestare una più coerente e sostanziale attenzione alla professionalizzazione dell'esercito nazionale, che comprenda anche un'efficace procedura di verifica, azione che il rapporto delle Nazioni Unite considera essenziale ai fini di qualsiasi credibile iniziativa nel campo della giustizia nel paese.